Antropologia del cristianesimo: Sezione 1_Alle origini del cristianesimo_Una storia strana

Ci sono questioni concernenti la fiducia da riporre sulle fonti che sono state utilizzare per questo saggio. Esse mi comportano un grande disagio, tanto che ho creduto opportuno discuterle subito, anche se in maniera molto sintetica.

Sostanzialmente girano intorno a questa domanda: perché su Gesù non abbiamo testimonianze dirette, dovute agli uomini che lo videro, lo ascoltarono e lo considerarono nel fare prodigi, mentre ci sono pervenuti racconti molto discutibili e che dobbiamo considerare per lo meno di seconda mano?

Per cercare di rispondere dobbiamo partire da alcuni dati.

Sappiamo per certo che, quando Gesù fu crocefisso, Pilato, secondo il diritto romano, fece affiggere alla croce un cartello con le ragioni della condanna. In esso era scritto: Gesù di Nazareth re dei giudei.

Partiamo da questa frase e da alcune considerazioni.

Augusto imperante, Gesù visse per un certo tempo a Nazareth con suo padre e con sua madre, che avevano una numerosa famiglia. Là durante la sua infanzia fu conosciuto da molti e come tutti ebbe dei coetanei con i quali condivise giochi e fantasie. Ebbene, di tutti i suoi concittadini, di tutti i suoi coetanei, nonostante la sua storia avesse originato forti seguiti e molto clamore, nessuno ebbe da dire qualcosa. Nessuno tramandò un racconto in cui poteva emergere l’affermazione: “io l’ho conosciuto, insieme facemmo queste cose”.

Trovo inaudito che Nazareth abbia taciuto e l’abbia fatto per sempre e per prima, di modo che è semplicemente consolatorio nascondersi dietro la frase “nessun profeta in patria”. Infatti, se tale frase ha senso, dobbiamo dire che tutto Israele ha misconosciuto Gesù.

Perfino Giacomo, fratello di Gesù, quando divenne una delle “colonne” della comunità “cristiana” di Gerusalemme, non raccontò alcuna cosa che riguardasse quel periodo o desse le convenienti notizie intorno alla propria famiglia.

Quel poco che sappiamo di Nazareth deriva dai vangeli, senza che essi dicano da quali fonti le abbiano apprese. E resta fermo il problema di tutte le altre località che ricordiamo soltanto per l’azione taumaturgica e di evangelizzazione fatta da Gesù stesso.

E in questa questione è da porre il problema del silenzio che circonda Gesù nel mondo ebreo e che fa della sua figura un enigma e nello stesso tempo lo presenta come un uomo d’infinite solitudini.

Non voglio descrivere momento per momento queste testimonianze mancate, ma certamente alcune considerazioni vanno fatte almeno per quanto attiene a episodi notissimi.

Com’è stato possibile che le persone che accorrevano in gran numero ovunque Gesù andasse nella speranza di una qualche guarigione e furono da lui guarite e ne diffusero le portentose “qualità”, sono completamente assenti nello sviluppo del suo tragico cammino e nella divulgazione delle sue parole?

Non è citato nessun malato guarito che dichiarasse di credere in Gesù dopo la sua tragica fine. Per quanto c’è dato sapere nessuno cambiò vita, né difese Gesù, né si fece “cristiano”. Tutto avvenne altrove. Eppure, da qualcuno sicuramente avremmo dovuto aspettarcelo. Esempio, quel Lazzaro (di cui peraltro parla solo Giovanni), che dopo tre giorni fu risuscitato, precedendo perfino Cristo nello scontro con la morte, dove era quando Gesù fu processato, condannato e crocefisso? Cosa fece dopo la morte del “suo” Maestro? Che ne è stato?

Che fece ancora quel centurione che vide il servo guarito? Andò forse da Pilato il procuratore romano e testimoniò per Gesù?

E i farisei che riconoscevano i prodigi e li addebitavano a satana, subendo la derisione di Gesù, non contrastarono in nulla i sadducei, né ebbero alcun ripensamento?

Tutti gli uomini della Galilea tacquero e così gli uomini della Giudea. Nessuno si mise dalla parte di Gesù. E c’è poco da discutere su tanta viltà, quando si è costretti tra l’altro a costatare che nessun discepolo era con lui la sera in cui Gesù fu sballottato tra Sinedrio, Erode Antipa e Pilato. Secondo i Vangeli nemmeno Simon Pietro ebbe il coraggio di affermare di essere suo discepolo. Forse il solo a patirne direttamente fu il disgraziatissimo Giuda Iscariota.

E i fratelli e le sorelle dove stavano? Tutti nascosti e impotenti.

Pochissime donne, e principalmente la più amata, Maria di Magdala, sembra che gli fossero vicine nei pressi del Calvario. E così venne anche detto di Maria, sua madre.

C’è dunque un deserto intorno a Gesù morente, quel Gesù che poche ore prima la folla aveva osannato con palme e chiamato “figlio di Davide”.

E se quanto esposto dà il senso del tradimento di coloro che avrebbero dovuto restargli fedeli o per lo meno più vicini, dobbiamo pur chiederci chi tra questi spergiuri ha raccontato la storia di Gesù in maniera da farne il racconto che leggiamo da millenni?

Sappiamo con sufficiente certezza che la storia di Gesù fu costruita a partire dagli stessi discepoli, pieni di sensi di colpa e che furono atterriti, per come raccontano, dalla resurrezione del Maestro, alla quale non avevano mai prestato la dovuta attenzione quando Gesù stesso la preannunciava e quando la dichiarava marchio del Regno di Dio. Perciò quello che conosciamo di Gesù è racconto di pentimento, ricostruzione a posteriori, tale che non poteva non comportare processi di mitizzazione.

Dalla comunità gerosolimitana Marco detto Giovanni, divenuto “servitore” di Pietro e poi di Paolo, fece il primo “racconto base” di cui si servirono Luca e Matteo e che poi Marco stesso rivisitò nel suo ultimi racconto.

E se è probabile che Marco è anche quel ragazzetto presente nell’orto degli ulivi e poi sotto la croce, è forse il solo testimone oculare che vide Cristo morire e ne scrisse.

Sono tutte le questioni che approfondiremo, ma era opportuno premetterle così come non possiamo chiudere questa questione del silenzio senza prevedere un capitolo a se stante sul silenzio degli ebrei, in quanto ebrei, silenzio che forse spiega e racchiude il silenzio delle città palestinesi e dei suoi abitanti.

Devo aggiungere un’ultima cosa su queste storie-racconti, di cui dobbiamo comunque servirci. Essi, oltre a fatti per così dire pubblici (guarigioni, insegnamenti, polemiche, ecc.) fatti che ognuno avrebbe potuto raccontare, contengono una serie di narrazioni che solo lo stesso Gesù poteva sapereEsse sono d’importanza capitale e inficiano molte questioni costruite a posteriori riassumibili nelle due domande di Gesù ai discepoli: “Chi dicono che io sia?” Chi dite che io sia”?

Questi episodi s’incentrano tutti sui rapporti di Gesù con Dio ed iniziano già nel momento del battesimo del Giordano (“ed Egli vide aprirsi il cielo…”), culminano nell’orto degli ulivi (“Padre allontana da me questo calice…”, ecc.) e si concludono sulla croce (“Dio, Dio perché mi hai abbandonato…”).

La fonte di essi è Gesù stesso e questo preclude la possibilità che le narrazioni siano da considerarsi storiche nel senso strettamente critico del termine, comunque conservando un valore antropologico molto elevato.

Detto ciò, si fa ancora più vasto l’interrogativo che verte su come pochi uomini illetterati ed esaltati fecero di Gesù il centro di una storia tutta nuova, popolare, coinvolgente e in grado di contrastare la millenaria religione del tempo. O meglio: come fu possibile che in pochi mesi di predicazione di Gesù stesso divenne il messaggio predicato e accettato fino ai nostri tempi.

 

24-02-2014

 

 

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